Domenico De Masi

Domenico De Masi
194 storie di un segno,
Edizioni Socrates

Con ironico disappunto, in quella sua deliziosa raccolta intitolata Palchetti Romani, Alberto Savinio annota: «Quando Alessandro Magno che traversava la Persia vide una notte fiamme altissime levarsi dalla terra, lì per lì non capì che quelle fiamme un giorno avrebbero fatto guadagnare milioni a un signore chiamato Detering».
Quanta umana genialità, più preziosa del petrolio, si è persa nel Sud perché gli Alessandro Magno, indigeni o di passaggio, non hanno saputo scorgerne tempestivamente i segni del talento? Quanti giovani, minati dalla disoccupazione endemica, hanno continuato a passeggiare senza speranza nelle cento piazze Pretorie del meridione, stupiti di fronte ai rari scampati a quell'inferno senza diavoli?

«Alle cinque della sera
nella piazza di Matera
da una millecento nera
scende Giovannino Russo
del "Corriere della Sera".
Mamma mia che carriera!»
sfotterà Ennio Flaiano come se non avesse saputo, lui di Pescara, quanti drammi restavano sigillati per sempre dentro e dietro i rarissimi giovani emigrati con successo.
Michele Spera è uno di questi: ferito a morte come La Capria, vive la propria straordinaria carriera come fosse non un premio conseguito a fatica ma un dono immeritato, venuto non da lui stesso ma da chi sa quale santo in paradiso; un dono accettato con ritrosia, che va speso in disparte, non in nome proprio ma per conto dei tanti amici rimasti indietro, lungo la strada, in Lucania o altrove. Mentre Carlo Levi abbandonava psicologicamente la Torino industriale per farsi contadino, Leonardo Sinisgalli e Michele Spera tentavano di abbandonare psicologicamente la Lucania per farsi artisti europei. Tentavano, senza mai riuscirci (e, del resto, senza volerci riuscire) perché l'acquisita padronanza della cultura sottesa al macchinismo industriale non sarebbe riuscita mai a cancellare in loro l'inprinting originario, il richiamo della loro Itaca basilisca, indispensabile come punto di partenza non meno che come punto di ritorno.
Ciò che per Sinisgalli saranno le sue riviste insuperate – "Civiltà delle Macchine" e "La botte e il violino" – per Spera saranno gli altrettanto insuperati marchi, i manifesti, le fotografie, la grafica: sirene, lestrigoni e ciclopi incontrati lungo il viaggio lontano da Itaca, in concorrenza con le dolci memorie di Argo e di Penelope ad Itaca rimasti.

Ho imparato a conoscere la grafica di Michele Spera quando lavoravo giovanissimo a "Nord e Sud", la rivista di Francesco Compagna che ci consentiva, nella Napoli laurina, di leggere e scrivere in sintonia con l'Europa. Tutto, in quella redazione, rinviava a Mario Pannunzio, a Ugo La Malfa, ad Adriano Olivetti e alla certezza laico-tecnocratica di uno sviluppo basato sulla razionalità del lavoro e sulla perfezione di una possibile democrazia illuminata.
In quella redazione passavano gli uomini, le riviste, i libri migliori e, con essi, le immagini perfette di Michele Spera, che insieme alla grafica dell'Olivetti di Adriano e dell'Italsider di Gian Lupo Osti, segnavano un distacco abissale rispetto alla grafica di tutti gli altri gruppi, partiti e imprenditori. Emigrato, come gran parte dei giovani intellettuali della mia età, prima a Milano e poi a Roma, ho poi avuto per molti anni la fortuna di uscire di casa e di essere accolto, nelle mattine luminose, dai manifesti di Michele Spera che, dai muri della città, imponevano al disordine urbano una pausa di chiarezza composta e di forza consapevole.
Poi ho finalmente conosciuto Michele Spera di persona, a lui ho commissionato o da lui ho scopiazzato i marchi di qualsiasi società, rivista, impresa cui ho dato vita. E con lui ho lavorato più di una volta, creando slogan o pensando manifesti.
Ho lavorato anche con molti altri designer, ma con Michele si riesce a pensare in mezz'ora ciò che con gli altri si penserebbe in due settimane. Covata fulmineamente l'idea, ne segue per Michele una realizzazione meditata, attentissima, quasi chirurgica, che si ferma solo quando il risultato è perfetto.
Molti giovani, nati dopo l'avvento del computer, stenteranno a credere che alcune composizioni di Spera sono state realizzate quando non si poteva disegnare se non a mano. In realtà la computer grafica, che ora Spera padroneggia, e che è connaturale al suo stile, gli ha consentito solo una maggiore velocità ma non una maggiore perfezione. Se il computer fosse natura, nel caso di Michele potremmo dire che la natura imita l'arte. Basti pensare ad alcuni disegni utilizzati per la campagna della "Voce repubblicana" (1973), o alla sigla usata dall'Ibi per le sue conferenze mondiali (1978), o al logo dell'Unioncamere (1984).
La società rurale è caratterizzata dal fatto che il centro del suo sistema è occupato dalla produzione agricola. La società industriale, che l'ha soppiantata, è invece caratterizzata dal fatto che il suo epicentro è occupato dalla produzione in grandi serie di beni materiali (auto, frigoriferi, ecc.). La società post-industriale, che ha soppiantato a sua volta la società industriale, è caratterizzata dal fatto che il suo epicentro è occupato dalla produzione di beni immateriali: informazioni, simboli, estetica e valori.
Il primo e maggiore sociologo che ha studiato la società post-industriale è Daniel Bell, professore all'Università di Harvard. Egli sostiene che non è possibile accedere alla società post-industriale senza che si sia passati attraverso la società industriale. Io, invece, sostengo che in alcuni casi il salto è possibile: sia per singoli individui che per specifiche organizzazioni o, addirittura, per interi paesi.
Michele Spera costituisce una testimonianza a mio favore. Nato in Lucania, basilisco ruralissimo fino alle midolla, ha sempre rifiutato la cultura e la struttura industriali, fatte di lavoro collettivo, di organizzazione corale ed efficiente, di grandi apparati tecnologici, di viaggi frenetici, di procedure tayloristiche. Nel 1977, ad esempio, Spera è chiamato a Milano da Renzo Zorzi per coprire il ruolo di art director dell'Olivetti, mecca ambitissima per i designer di tutto il mondo. Per quattro giorni Michele si aggira estraneo negli uffici tutta formica, telefoni e fretta, dove non è previsto per lui neppure un tavolo da disegno né si intravede una qualche possibilità di libera invenzione.
Al quinto giorno questo Robinson Crusoe della grafica se ne torna a Roma, nella sua bottega di inguaribile artigiano dove puó creare in protetta solitudine, rispettando i propri bioritmi.
Impermeabile alla cultura industriale, la grafica di Michele Spera è quanto di più post-industriale sia dato vedere: computerizzata prima ancora che esistesse il computer, complessa prima ancora che fosse teorizzata l'epistemologia della complessità.
Coerente con questo salto dal rurale al post-industriale senza alcuna mediazione industriale è pure il contenuto di questo libro: la parte iconografica catapulta in avanti, sorprendente per le sue vibrazioni futuribili, per l'anticipazione che essa marca rispetto a tutto il resto della grafica italiana coeva; la parte scritta, invece, riporta indietro, al familismo meridionale teorizzato proprio in Lucania da Edward G. Banfield, alla fitta gemeinshaft paesana fatta di parenti, amici, campagne, ricordi di una comunità «immiserita da una miseria senza cultura e senza orgogli».

Michele è puntiglioso, notarile persino, nella evocazione di questa comunità che da Potenza si allarga fino a Roma e alla Versilia, sempre fatta però di legami più affettivi che professionali, gremita di nomi, di committenti grandi e piccolissimi, comunque familiari, di luoghi, di episodi, quasi a voler convocare nel libro tutte le persone e le ombre incontrate nel corso della propria vita: come se non restasse tempo da perdere, come se fosse urgente una riunione plenaria per trarre tutti insieme delle somme consuntive.

Lunga vita a Michele che ha avuto paglia per cento cavalli: i cento cavalli sfrenati della sua inesauribile, disciplinata, sorprendente creatività.
Ma cosa è la creatività? Cosa l'alimenta? Freud dice che si tratta di una sublimazione della sensualità. Jung dice che si tratta di un istinto che l'uomo ha e le bestie non hanno. Greenacre e Schachtel dicono che è una storia d'amore con il mondo, un gioco per mettersi in comunicazione con esso. Hillman dice che è il modo usato dall'uomo per fare anima. Arieti dice che è una sintesi magica.
Michele Spera ha tutti i tratti del creativo di razza: dotato di una curiosità intellettuale che rasenta l'esasperazione, dominato da un desiderio acutissimo di novità, multiplo nei suoi talenti, noncurante delle opinioni altrui, indipendente nei suoi pensieri e spontaneo nei suoi rapporti, vitale e tenacissimo.
Se volesse, se amasse circondarsi delle leggende che Kris e Kurz intravedevano nei rapporti tra l'artista e il suo pubblico, potrebbe esibire la sua sorprendente abilità tecnica, il furore che Spadolini intravedeva nei suoi occhi, i rapporti tempestosi con alcuni dei suoi colleghi e con alcuni dei suoi committenti: che vanno indifferentemente dalle grandi multinazionali alla massa innumerevole, quasi tribale, di fabbrichette e negozietti di biscotti, libri e mutandine.
Si dice che i grandi pittori polacchi contemporanei passino una settimana al mese in preda all'alcool, una settimana a liberarsi dalla sbronza, una settimana a creare, una settimana a desiderare nuovamente l'alcool, e così di seguito per tutta la vita. Michele non ha bisogno di alcool né di altre protesi psicologiche: gli basta la presenza ispiratrice di Rosalba, la fonte inesauribile della propria fantasia, la concretezza sofisticatissima delle proprie tecniche.

Ogni creazione di Michele Spera è insieme un gioco divertente e un lavoro estenuante. Nella sua compostezza formale, il suo segno reca un contenuto teso fino allo spasimo, fino alla nevrosi. La sua fantasia è nutrita da una visione ultramoderna dell'estetica e da un continuo ricordo del passato: la terra, gli amici, i maestri, i mecenati.
Tra questi, giganteggia Ugo La Malfa, che intuì non solo la grandezza di Spera ma anche l'importanza di una comunicazione politica originalissima come appunto quella che Michele proponeva.
Chi ricorda l'esasperante ripetitività dei manifesti comunisti, socialisti e democristiani, chi ricorda la rozzezza della comunicazione missina, ricorda pure, per contrasto, la grande rivoluzione grafica compiuta dal Partito repubblicano: colori netti, segno poderoso, equilibrio degli uni e dell'altro, slogan intelligenti, disinvolta dimestichezza con la cultura di alto livello senza paura di perdere il contatto con i propri elettori.
Una committenza così raffinata, erede diretta di Adriano Olivetti, sarebbe stata già ammirevole se fosse derivata da una impresa; ma derivava da un partito politico. Guardato a ritroso, fa pensare al miracolo. Un miracolo laico dovuto al fortunato incontro tra un giovane artista venuto dal profondo Sud portandosi in tasca il sogno di rinnovare l'estetica, e un maturo politico venuto dal profondo Sud portandosi in tasca il sogno di rinnovare il Paese.

La creatività si dispiega quando dispone dei mezzi necessari, quando l'artista è aperto a stimoli culturali diversi e persino contrastanti, quando non è discriminato, quando il suo accento cade sul divenire, quando interagisce con persone significative, quando è gratificato non solo materialmente per le sue opere, quando si trova in una posizione dialettica nei confronti della cultura che lo circonda e persino del committente. Una giusta miscela di insoddisfazione ed esaltazione costituisce la mistura indispensabile per produrre idee geniali e per imporle all'attenzione del pubblico.
La qualità del risultato deriva in parte dagli stimoli esterni all'artista, e che l'artista introietta come esperienza eteropoietica. La Lucania, la militanza politica, la cerchia di personalità geniali rappresentano per Michele Spera i tre grandi input creativogenici.
Per un'altra parte, forse maggiore, il risultato deriva dalla maturazione interna, autopoietica, dell'artista stesso, dalle sue personali inquietudini ed elaborazioni, dall'incubazione e dall'esplosione che trasforma i materiali esistenziali in ideazione originale.
In Michele Spera questo lavorìo continuo sbocca in segni, intuizioni verbali e figurative sempre tese verso una innovazione del panorama visivo, assunto come contesto indispensabile all'innovazione politica e civile.
Come condizione imprescindibile per restare creativo, Spera esige una completa libertà di movimento e di espressione, una costante compenetrazione tra lavoro e vita, il rifiuto di ogni subordinazione gerarchica e di ogni gabbia organizzativa, l'assoluta indisponibilità a controllare altri o ad essere da altri controllato.
A queste condizioni, la grafica e il design diventano sempre meno arte applicata e sempre piu arte pura: perciò Michele Spera è refrattario ad ogni seduzione aziendale; perciò è il più post-industriale, il più tecnico e il più umano dei nostri grandi artisti grafici, con il cuore a Potenza e il cervello a Seattle.



With an ironic disappointment, in that its delicious collection entitled Palchetti Romani, Alberto Savinio notes: «When Alexander the Great who was crossing the Persian night saw a very high flames rising from the earth, then and there did not realize that the flames would one day earned him a million gentleman called Detering».
How much human ingenuity, more valuable than oil, has been lost in the South because Alexander the Great, indigenous or passing through, they failed to see early signs of talent? How many young people, undermined by endemic unemployment, continued to walk without hope in the hundred places south of Pretoria, amazed the few who escaped the inferno without devils?

«At five in the afternoon
in the square of Matera
one thousand one hundred black
John Russo drops
the "Corriere della Sera".
Mamma mia that career!»
sfotterà Ennio Flaiano as if they had known, from Pescara, how many dramas remained sealed forever in and behind the rare young emigrants successfully. Michele Hope is one of the latter mortally wounded as the goat, lives his extraordinary career as an award was not achieved with difficulty but an undeserved gift, came not from himself but who knows which saint in heaven, a gift accepted reluctance, that should be spent on the sidelines, not on its own behalf but on behalf of many friends left behind, along the road, or elsewhere in Lucania.
While Carlo Levi psychologically abandoned industrial Turin to become a farmer, Leonardo Sinisgalli Spera and Michael tried to leave to become psychologically Lucania European artists. They tried, without ever (and, indeed, take without fail) because the underlying culture mastered the industrial machine would not be able to ever remove them in the original imprinting, the call of their Ithaca basilica, which is essential as a starting no less than a point of return.
What would your magazines for Sinisgalli unsurpassed - "Civilization of the Machines" and "beatings and the violin" - hopes to be the same unsurpassed marks, posters, photographs, graphics: sirens, cyclops and Lestrigoni encountered along the way away from Ithaca, in competition with the sweet memories of Argos to Ithaca and Penelope stayed.

I learned about the graphics when I was working very young Michael hopes to "North and South," the journal of Francis Partner which allows us, in Naples laurina, read and write in line with Europe. Everything in that editorial, it referred to Mario Pannunzio, Ugo La Malfa, Adriano Olivetti and the certainty of a secular-technocratic rationality based on the development and perfection of the work of an enlightened democracy possible.
In drafting the men passed, magazines, books and better with them, the perfect picture of Michael Spera, which together with the graphics of Adriano Olivetti and Italsider Gian Lupo Osti, marked a departure from the abysmal graphics all o